Come impaginare un libro?

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Cari amici, ho deciso di fare una piccola raccolta delle mie poesie, data la vostra esperienza chiederei gentilmente consigli, sia sul programma da utilizzare che sulle modalità di pubblicazione. Attendo risposte. Grazie a tutti.

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Secondo capitolo

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Camminai nuovamente per ore ed arrivai davanti ad una strana porta color oro. Appena mi trovai davanti s’illuminò, era splendente e sentivo come se dei cori angelici mi accarezzassero l’anima. Era talmente luminosa che m’infiammava gli occhi e pensai: <<Ooohhh chee beellooooo>>.

C’era un campanello gigante, mi avvicinai per suonare, ma mentre stavo per premere il pulsante la porta si aprì.

Un signore sulla cinquantina, stempiato, con addosso dei bermuda rosa a fiorellini, una maglietta dell’hard rock cafè di Amsterdam, infradito dell’hawaiana e occhiali da sole rossi mi salutò: << Hallo, io ezzere Zigmund Freud>>.

Rimasi sbigottita.

<<Mi scusi lei sarebbe il fondatore della psicanalisi?>>

<<Ja, mie teorie zono ztate importanti per zcoperta uomo>>. Non sapevo che cosa rispondergli.

<<Tieni per ezzere come noi qua devi metterti quezti occhiali>>. Mi dette degli occhialetti ridicoli con scritto “Ti amo”.

Entrammo nella casa e ci trovammo in un corridoio antico con dei quadri quasi bicentenari appesi alle pareti. Incuriosita guardai dentro uno di questi. Raffigurava Alessandro Manzoni. Mi avvicinai per vedere meglio e in un millesimo di secondo lo stesso Manzoni mi raccontò la sua vita e i “Promessi Sposi”. Tornata in me stessa guardai Freud che nel frattempo aveva ripercorso la storia del signor McDonald e stava mangiando con gusto, insudiciandosi con un Big Mac.

<<Vizto che bella quezta noztra zcuola? Zezzti autori a noi raccontano tutta loro vita e tutte loro opere niente parti teoriche>>. Mi stavo divertendo, anche se in testa avevo sempre la stessa domanda.

<<Dove sono?>>.

<<Funville>> disse la voce solenne.

Finito il lungo corridoio entrammo in una sala immensa di cui non riuscivo neanche a vedere la fine.

<<Cos’è questo posto?>> chiesi affascinata.

<<Qui zi pozzono ricoztruire le ztorie dei cartoni animati>>.

<<Guarda, Sigmund! Quella è la sirenetta!>> dissi indicando una ragazza vicino ad un porto.

Ci avvicinammo e Sigmund le disse in modo confidenziale: <<Zalve Ariel come va oggi?>>

La sirenetta si girò di scatto e felice di vederlo rispose:

<<Salve Siggi, tutto bene oggi tu?Comunque perdonami ma sono di fretta perché io ed Eric ci stiamo per imbarcare per il Titanic, arrivederci>>. Gli diedi un bacio frettoloso sulla guancia e s’incamminò strisciando verso la nave e lasciando al suo passaggio una scia bavosa simile a quella delle lumache.

Proseguimmo per una stradina con delle vetrate trasparenti sotto i nostri piedi: si poteva vedere tutto l’oceano e la varietà di pesci e animali che lo abitavano.

Pian piano il terreno cambiò e diventò erboso, lo scenario si era nuovamente trasformato.

Ci fermarono tre pinguini: <<Scusate sapete qual è la strada per andare ad Antananarivo in Madagascar?>> disse il primo pinguino con voce roca e seducente, abbassando gli occhiali neri per farmi l’occhiolino.

<<Uhm…zi ze andate…>>

Puff.

Sigmund Freud scomparve nel nulla.

Rimase al suo posto una strana polverina grigia, rimasi perplessa e la annusai per capire cosa fosse. Era cenere.

 

Primo capitolo

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<<Dove cavolo sono?>> pensai spaventata. Vidi un’insegna, mi avvicinai al cartello con un gran punto di domanda in testa.

<<Cioccoville>> disse una voce roca dall’alto con tono sarcastico. Feci un balzo indietro, guardai il cielo chiedendomi da dove sarebbe potuto derivare quel buffo suono. Sentii un rumore di zoccoli di cavallo in lontananza che si avvicinavano.

<<Eilà eilà, sciò! Sono l’Orlando furioso. Sono molto focoso quindi via dal viale alberoso.>>disse un piccolo ometto vestito in modo medioevale. Mi passò davanti e poi scappò veloce sul suo cavallo facendo una grossa risata. Rimasi sconvolta. Che mondo era quello?

<<Cioccoville>> ripeté la voce sarcastica.

Scoppiai a ridere.

M’incamminai lungo un viale alberato, che era tutto ricoperto di puro cioccolato: ciottoli, alberi, rami, liane e frutti. Ogni sasso aveva un colore diverso: rosso, blu, giallo e altri colori sgargianti che m’ingolosivano gli occhi. Sentivo le palpebre diventare due bocche sbavanti.

Stavo camminando da ore e decisi di sedermi su un sasso di cioccolato bianco.

<<Ahhh, che bello!>>pensai. Ero troppo stanca per proseguire lungo il viale. Mi stavo gustando il paesaggio quando il masso dove ero seduta iniziò a muoversi. <<Ahhhhhh>>iniziai ad urlare: <<Aiuto, aiuto! Qualcuno mi aiuti!>>. Ero in preda al panico e intanto il blocco di roccia aveva iniziato a camminare.

“Trasca Allam, Scimmi Sta, Iocta Naaaaaa”, sentì una voce energica pronunciare questa frase e all’improvviso il masso si fermò.Svenni.

Quando mi ripresi mi si avvicinò una ragazza sulla ventina, aveva i capelli biondi e carnagione chiara.

<<Ti sei fatta male?>> mi chiese sorridendomi.

<<Ummhh no, mi gira solo un po’ la testa e mi sento confusa, ma tu chi sei?>> chiesi frastornata.

<<Sono Heidi.>> La guardai intensamente. Non ci credevo.

<<Umhh, okey>> dissi incerta.

<<Tieni, mangia questo e starai meglio>> mi porse una barretta di cioccolato simile a quella di Willy Wonka.

<<Grazie>> dissi timorosamente. La mangiai e il sapore era buonissimo, un misto tra lasagne e arrosto. Era un pranzo completo, concentrato in una sola barretta. <<Geniale, chi ha inventato questa meraviglia?>> chiesi incuriosita.

<<Mio nonno Tobia>> disse subito.

<<Buonissimo! Ma come si fa, qual è la ricetta?>> chiesi sempre più incuriosita. Il suo volto si oscurò e iniziò a raccontarmi la bizzarra vicenda che aveva portato alla nascita della barretta;

<<Sai, mio nonno è stato in prigione per 3 anni, ingiustamente a mio avviso>>si avvicinò al mio orecchio e dopo essersi accertata che nessuno ci stesse sentendo mi sussurrò: << Il nostro vicino di baita Sir Diego aveva rubato la mucca al nonno, quando lui se n’accorse andò di nascosto una notte nel fienile per uccidere il cavallo migliore del Sir, ma fu scoperto e la polizia lo rinchiuse. Adesso che è tornato aveva bisogno di soldi e mettendo insieme un po’ di ingredienti strani è nata l’Haltac.>>

Rimasi stupefatta a guardarla.

<<Wow, che fantasia che ha avuto, complimenti al nonno>>.

<<Già è intelligentissimo. Comunque scusami, ma devo scappare perché mio nonno mi sta aspettando in piscina>> disse frettolosamente. Ci salutammo e prendemmo due strade diverse.

Intro

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Ero in macchina con i miei genitori. mi chiamò Anna.

<dimmi> dissi mostrando un finto entusiasmo. Probabilmente lei se ne accorse perché si girò delusa. Presi dalla borsa l’Ipod e iniziai ad ascoltare musica.

<> disse lei con tono triste rivolgendosi a mio padre. <>. Mio padre si girò un attimo verso di me, mi fece un sorriso e ricominciò a guardare la strada.

<<Mah, Anna, credo che per lei non sia facile. Ha perso la madre, quando aveva solo dieci anni>>. Rispose mio papà.

<<Sì lo so, ma sono passati ormai sette anni, dovrà pur iniziare a superarlo no!?>> sbottò lei in un tono d’impazienza.

<<Anna! Non sono cose che si superano così! Quando crescerai?!>> disse mio padre troncando di netto quella inutile conversazione.

Anna era la moglie di mio padre da due anni. Si erano incontrati quattro anni fa durante una festa a casa di Bruno, un caro amico di papà. Si erano frequentati per un po’ e dopo un anno e mezzo circa lui le aveva chiesto di sposarlo. Io non la sopportavo. Fisicamente parlando era una bella donna: alta, mora, occhi leggermente a mandorla, carnagione chiara ma considerato che si faceva tre lampade solari al mese era più sul mulatto andante. Era sempre truccatissima, sempre con quel suo sorriso in faccia, non perché fosse una persona allegra ma grazie alle sue labbra a canotto e alla sua faccia tirata dal botulino. Ma era il carattere, ciò che davvero non sopportavo. Avrei potuto andare avanti per ore a sparlarne. Se proprio avessi dovuto scegliere un soprannome per definirla, l’avrei chiamata Oca. Non volevo vestirmi di marca, usare tacchi 12 in ogni circostanza, perfino per andare a fare la spesa. Volevo essere una ragazza semplice, vestita normale con Jeans, T-Shirts e Nike.

Guardai fuori dal finestrino. Conoscevo bene quel paesaggio, era da quando ero piccola che andavamo in vacanza lì. Per contemplare meglio la natura alzai il volume dell’Ipod ed iniziai a canticchiare: <>

Era “She will be loved” dei Maroon 5, la mia canzone preferita.

La stradina per arrivare a casa della nonna era piena di ciottoli, non molto grandi ma di una grandezza sufficiente perché mio papà si preoccupasse per le sue gomme, come sempre del resto.

Eravamo arrivati, terza casa a sinistra, per entrare nel parcheggio c’era un cancello, di quelli non automatizzati, quelli che si tirano. Ad accoglierci c’era la famosa nonna. Lasciata la macchina andammo a salutare i parenti.

<>disse mia nonna, dandomi un bacio sulla fronte <> puntualizzò.

Nonna Emilia, è la mamma di mio papà, ed è un incubo per me da quando sono nata. Troppo apprensiva, ossessiva, maniaca in cucina e nell’ordine. Quando entravi in casa dovevi toglierti le scarpe e aveva comprato delle ciabatte apposta per gli ospiti, per non rigare il suo amato parquet.

La sua passione per la cucina gli aveva fatto fare strada nella vita. Dopo essere stata per 50 anni chef in giro per il mondo quando andò in pensione non abbandonò la professione. Due anni fa andò a Firenze e vinse il primo premio per il cannolo più grande del mondo 1mX2m di diametro. Un mostro. Il trofeo: “Il cannolo più grande del mondo”, lo teneva in uno stanzino,al buio chiuso a chiave e solo lei poteva entrarci. Le poche volte che la vidi uscire dal ripostiglio il suo volto era lucido, luminoso e realizzato. Era una pazza totale.

A portarmi via da quella donna appiccicosa fu mio nonno Corrado.

<< Dai Lia, come sei ossessiva. E’ appena arrivata, lasciala respirare. >> disse

<< Grazie, quando fa così proprio non la sopporto.>> dissi con tono sollevato appena la nonna si fu allontanata.

<< Mi accompagni a buttare la spazzatura?>>

<< Certo.>>

Ci incamminammo sulla strada che pochi minuti prima avevo fatto in macchina.

<< Allora piccoletta come va?>> mi disse con voce roca, consumata dal fumo.

<< Bene, anche se il viaggio è stato pesante, dato che Anna e papà hanno litigato tutto il tempo.>>

<>

<< Mah si bene, ho la media dell’otto in tutte le materie, ma non mi interessa. Mi manca molto la mamma in questo periodo.>>  dissi, avevo le lacrime agli occhi.

Il nonno mi abbracciò e mi diede un bacio in testa.

<< Non ti preoccupare, lei veglia sempre su di te. Ne sono sicuro.>>

Dopo questa frase, scoppia in un pianto rumoroso e lo abbracciai sempre più forte.

Quando mi ripresi, notai che invece di andare a buttare la spazzatura, girammo in un vicolo cieco. << Nonno, ma la spazzatura p dall’altra parte>> dissi ingenuamente. Mi sorrise rassicurandomi.

Ci fermammo davanti ad una casa diroccata, le finestre ormai rovinate facevano intuire che un tempo erano state di un verde splendente.

<< Corrado! Finalmente sei arrivato.>> disse un uomo anziano,uscendo dalla casa pericolante.

<< John!!>> urlò mio nonno, correndogli incontro. << Mi sei mancato, come stai?>> si abbracciarono piangendo.

Rimasi vicino al marciapiede commossa ma allo stesso tempo sconcertata dalla situazione.

<< Lei è mia nipote Aisha>> disse facendomi segno di avvicinarmi.

<< Piacere>> dissi educatamente stringendogli la mano. Lo guardai negli occhi, di un blu intenso emanavano una luce che trasmetteva pace, serenità e felicità.

<< Lieto di conoscerla signorina>> rispose con una voce che trovai molto simile a quella del nonno.

<< Entrate pure, scusate il disordine ma sono tornato dall’America ieri e non sono riuscito a pulire.>> disse John con aria imbarazzata.

La casa era molto piccola, aveva solo due stanze, la prima era salotto,cucina e zona notte, la secondo era un bagno nella quale riusciva ad entrare solo una persona per volta. Ci sedemmo su un divano rosso mezzo sfondato a giudicare dalla posizione in cui mi ritrovai. John andò un attimo nell’angolo cucina per prendere qualcosa da bere e io ne approfittai per chiedere al nonno dove e quando avesse conosciuto il suo amico. Il nonno mi guardò e sorrise prima di iniziare a raccontarmi la storia.

<< Io e John ci siamo conosciuti in guerra, durante la resistenza in Italia. Ero a Napoli con un gruppo di miei amici partigiani,era circa il 28 settembre del ’43, i tedeschi avevano occupato l’Italia da 20 giorni. La popolazione insorse contri i tedeschi spontaneamente . Combattevamo con quello che avevamo, non eravamo al loro livello, questo poco ma sicuro, ma eravamo uniti,eravamo amici. Con la mia compagnia ci ritrovammo in questa piazza a combattere, sangue ovunque, corpi che cadevano, era davvero orribile. Ad un certo punto mi ritrovai solo con una pistola puntata alla testa. Brividi. Iniziai a sudare freddo. Avevo paura. Chiudi gli occhi e sentii uno sparo. Riaprii gli occhi e vidi il corpo del militare tedesco, che voleva uccidermi a terra e un giovane soldato americano con la pistola fumante. Era John. Si avvicinò, mi chiese come stavo e se fossi ferito. Mi aiutò ad alzarmi e ci presentammo. Ma dopo pochi istanti ci salutammo, forse per sempre.>>

<< E dopo cos’è successo? come vi siete ritrovati?>>

<< Pochi giorni fa ho ricevuto una telefonata a casa da parte della caserma americana e per quel poco che mi ricordavo e capivo d’inglese, ho capito che John sarebbe arrivato in Italia e aveva bisogno di un posto dove alloggiare. Ed ora eccoci qua.>>

Finito il racconto ritornò John. Lo salutammo, dovevamo tornare a casa, la nonna si stava sicuramente preoccupando della nostra lunga assenza. Ci incamminammo per la strada di ritorno e vidi il viso aggrottato del nonno, triste di aver salutato il suo caro amico per sempre.

Dopo aver fatto il giro di saluti di routine dissi a mio padre che andavo in spiaggia.

Uscii dal cancello e imboccai una strada piena di sassolini e buche. Il canto delle cicale in sottofondo mi accompagnava. Il clima era quello tipico mediterraneo:caldo e secco,ma non rovente perché mitigato dalle brezze marine. Ai lati della strada c’erano diversi tipi d’arbusti: rosmarino, cisto e alloro. Al termine della via iniziava un filone di pini marittimi, dopo questa c’era

la spiaggia, deserta a quell’ ora. Arrivai in riva al mare: l’acqua era limpida. Misi il telo sulla sabbia, riaccesi l’Ipod e iniziai a cantare: <>.

Chiusi gli occhi, mi sdraiai e iniziai a vagare con la mente.

Mi addormentai.